giovedì 13 novembre 2014

STUDIO A VIA TUSCOLANA.

DA NOVEMBRE, OLTRE CHE A VIA DUCCIO DI BUONINSEGNA 22 ( ZONA EUR LAURENTINA ), RICEVO ANCHE A VIA TUSCOLANA, 339.

LO STUDIO SI TROVA NEI PRESSI DELLA METRO A, FERMATA "FURIO CAMILLO" E DELLA FERMATA DEL TRENO METROPOLITANO FERMATA "TUSCOLANA".









mercoledì 12 novembre 2014

LA VITTIMA NON HA COLPA..... ED IL MASCHIO??? [ PARTE 1 ]





" I teneri sentimenti della dedizione maschile sono simili al brontolio di un giaguaro che ha fra le zampe un pezzo di carne e non tollera essere disturbato" 

Robert Musil nell' "Uomo senza qualità"  descrive senza troppi giri di parole alcuni uomini che fanno fatica a vedere le donne come soggetti emotivi e pensanti e non come oggetti utilizzabili a loro piacimento. E' di sicuro questo un argomento spinoso e che genera a volte molte generalizzazioni ed ha al suo interno tante sfumature che non sempre sono facili da cogliere. 
Ho voluto iniziare con un titolo volutamente provocatorio e lasciare un punto interrogativo perchè un pò di vita vissuta, non tantissima, ma un pò c'è!!, e di letture, commenti letti su fatti di cronaca e su seminari condotti che riguardano la dipendenza affettiva, passando per il fenomeno del Gaslighting, mi porta a pensare che alcuni che leggeranno questo post già in qualche maniera possono dare una risposta sia per quanto riguarda "la vittima" sia per quanto riguarda "il maschio".

Queste righe non vogliono essere un elemento letterario nè presuntuoso, nè illuminante su questo tema, ma forse una riflessione che a volte mi capita di portare all'interno dei seminari e cioè che la vittima, per quanto concerne il disagio provocato da una forte dipendenza affettiva, non ha colpa di tutto ciò.

Le dinamiche di questa dipendenza sono raffinate e complicate e non sempre è facile fare una sorta di diagnosi del disagio, spesso perchè neanche la persona se ne rende conto e laddove iniziano ad emergere in lei elementi che le fanno comprendere che forse sta amando troppo e che si trova coinvolta in un circolo vizioso, non sempre riesce ad effettuare la fase del distacco che  le permette di chiedere definitivamente aiuto a qualcuno.

In tempi non sospetti questa forma di dipendenza era associata ad un amore travolgente, assoluto, un pò da eroina ottocentesca, ma che nel tempo ha sempre più assunto la connotazione della patologia, non entrerò volutamente in merito rispetto l'elenco di come sono i dipendenti affettivi e delle loro classificazioni, ma mi ha sempre colpito in loro il vissuto emotivo che si portano dietro come fosse un peso, un macigno, una catena come disse una volta una mia paziente, legati a loro per tanto tempo.

Mi ha sempre impressionato questa forte dedizione verso questi partners il più delle volte manipolatori, svalutanti, assolutamente incapaci di provare un' emozione, un affetto, che con i loro atteggiamenti, tendono a svalutare la persona, il suo mondo ed il suo Essere più profondo.
La persona e mi spiace constatare che per la maggior parte sono donne, vivono in uno stato di completa dipendenza, svalutano ciò che di bello hanno, ciò che di meraviglioso hanno costruito nel tempo, nella loro vita e non riescono più a guardarlo, ad osservarlo, completamente assoggettate all'amore.
L'amore che diventa una droga, un comportamento addictive, tanto per essere tecnici, che non lascia scampo e che logora il corpo, la mente, il loro mondo emotivo; quando arrivano in terapia sono annientate, quasi alienate e portano con sè un grande vuoto ed un grande senso di solitudine come se tutto quello che hanno fatto per l'Altro non avesse avuto nessun significato. Si sentono sbagliate ed inutili ed estremamente fragili.

E' un vortice emotivo sottile, che si sviluppa nel tempo all'interno magari di relazioni stabili, apparentemente normali, ma dove l'autostima della donna, viene continuamente bersagliata ,annichilita, e dove l'adulazione nasconde potere e voglia di celare per sempre la vera natura della persona. Ogni volta che mi sono trovata con loro, mi è arrivato un grande senso di paura, paura di sbagliare, paura di non essere all'altezza, un senso di colpa molto forte; derivandolo in alcune situazioni dal semplice fatto che qualche volta hanno perfino provato ad alzare la voce ed alcune si dicono " forse dovevo fare come diceva mia madre e cioè stare zitta e non fare nulla, mi sono messa a fare la rivoluzione ed invece guarda che ho combinato". E questo mi rammarica, mi rende profondamente vicina a loro, a loro che talvolta non hanno parola, non hanno voce, che gridano in silenzio un dolore forte, assordante che i loro compagni non ascoltano.
Non hanno la capacità di ascoltare, di entrare in relazione se non con quella modalità, alla quale la donna inevitabilmente si aggancia con tutta sè stessa, in attesa della prossima "dose".

Si tratta molto spesso di donne perché viene alla mente che la componente affettiva in questa modalità appartiene molto di più alla sfera femminile anche per ragioni culturali. Le donne, infatti, sono invitate ad assumere tutta una serie di atteggiamenti in sintonia con l’affettività, la comprensione dell’altro, l’essere materno, il sacrificio. Viene dato loro un messaggio di invito alla dedizione, perché altrimenti non sarebbero delle brave donne e delle bravi madri ( Introietti).
La dipendenza affettiva, inizia dove finisce la capacità di vivere il rapporto di coppia come un flusso costante tra momenti di una sana appartenenza e di differenziazione; quando all’Altro non è più lasciata la possibilità di auto-regolarsi, ma è costretto ad assumere un ruolo o un impegno, quando l’amore non è più fonte di arricchimento e di nutrimento reciproco, ma è una compensazione di qualcosa che supplisce il senso di vuoto, le paure ed i bisogni, rendendo così il rapporto non più un incontro tra due anime, ma una situazione di co-dipendenza, ovvero una limitazione reciproca.

Ma.... è meraviglioso quando timidamente chiamano, prendono un appuntamento ed inizia in loro a maturare l'idea di una voglia di un distacco che non significa distacco fisico dalla loro relazione, ( anche se nella maggior parte dei casi succede proprio questo ), ma distacco emotivo ed un cammino verso la loro forza e la loro bellezza e sopratutto verso una nuova consapevolezza ed un nuova autonomia.
Non è un cammino ed un percorso semplice, chi lavora nelle relazioni d'aiuto sa che ci vuole un grande Holding per stare con loro ed è necessario creare insieme una sana relazione, un sano appoggio, il ground, dove la Persona può di nuovo iniziare a sperimentare sè stessa, i suoi bisogni e fare della sua vita una vera e propria opera di trasformazione, dove il senso di inferiorità nel tempo si attenua, la paura della solitudine diventa una voglia consapevole di stare con sè stesse, ed il mostrarsi per come si è davvero non è una vergogna ma una forma bella di stare nel mondo.

Come donna e come terapeuta credo sia necessario rimandare e promuovere la positività del cambiamento e che la sofferenza ha comunque un valore che richiama il mutamento ed il movimento ed è una spinta essenziale nella vita senza la quale non si può operare alcun cambiamento.
Il dolore personale è vero che porta alla crisi, ma a sua volta ha in sé numerose nuove risorse per la persona, dando diverse possibilità. La Persona può piano piano comprendere che può e deve disabituarsi al dolore, crede di amare profondamente, ma in realtà non è amore, poiché l’amore è uno scambio di gioia e di presenza attiva reciproca.  

E’ necessario vivere nella realtà, abbandonando forse l’idea del bacio del principe azzurro che salverà la principessa dalla morte e dalla desolazione ed è salutare in alcuni casi la consapevolezza del saper dire "no" o il " basta davvero". E' forse arrivato il momento di educare all'affettività in maniera costruttiva ed insegnare un'immagine della donna, anche alla donna, che probabilmente si deve allontanare da quella che ci appartiene come un'etichetta sulla fronte, solo per il fatto di essere Donne, e che ci viene rimandata da forse troppo tempo.

Il cambiamento porterà nel tempo ad una nuova «modalità nell' essere Intimi» senza però perdere la propria individualità, la propria autonomia, a conoscere cosa si sente e cosa si prova, ad ascoltare le proprie sensazioni ed attribuire un senso ai propri vissuti, ad una sana condivisione ed accettazione dell’Altro e di loro stessi.  
Un’ accettazione di una soggettività diversa dove esprimere la gioia del donarsi, del lasciarsi andare e dell’esporsi all'Altro senza il timore del rifiuto per poter creare insieme con l’Altro un ponte fatto di fiducia ed appartenenza che permettono un abbraccio reciproco, libero ed autentico.



« Se ami saprai che tutto inizia e tutto finisce e che c’è un momento per l’inizio ed un momento per la fine e questo non crea una ferita. Non rimani ferito, sai che quella stagione è finita. Non ti disperi, riesci a comprendere e ringrazi l’altro: Mi hai dato tanti bei doni, mi hai donato nuove visioni della vita, hai aperto finestre nuove che non avrei scoperto da solo. Adesso è arrivato il momento di separarci, le nostre strade si dividono. 
Non con rabbia, non con risentimento, senza lamentele e con infinita gratitudine, con grande amore, con il cuore colmo di riconoscenza. Se sai come amare, saprai anche come separarti».




                                                                                                                                 ( OSHO )
















domenica 9 novembre 2014

“LE NUOVE DIPENDENZE” Dal gioco d'azzardo, ai social network alla love addiction . Sabato 29 Novembre.



29 novembre 2014

Sala Lonzi - Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara n°19 - Roma



Premessa
La Scuola di Formazione, osservatorio permanente di ricerca sulla società, sui gruppi e sulla persona, è da sempre impegnata ad approfondire le nuove tematiche che emergono dallo sfondo in perenne evoluzione, che richiedono abilità sempre più aggiornate e strategie responsabili per un agire consapevole. Propone un seminario di formazione e di orientamento sul tema delle nuove “addiction” e sulle prassi terapeutiche tipiche del nostro metodo di lavoro.



Tema 
Trattare il tema delle dipendenze significa cercare di entrare in un mondo che in qualche maniera ci appartiene, nel senso che ognuno di noi si trova a convivere con qualche forma di dipendenza, anche se transitoria, senza magari rendersene conto perché funzionale al proprio vissuto.
E, quando si parla di dipendenza, è molto facile che il nostro pensiero e la nostra immaginazione vadano in maniera automatica a tutte quelle forme di dipendenza associate all’abuso di sostanze.
Negli ultimi anni ci si è trovati di fronte a termini quali “New Addictions”, “Love Addiction”, che si riferiscono a quelle che vengono chiamate “Dipendenze Sociali” o “ dipendenze comportamentali” perché in qualche maniera sono “accettate” all’interno della nostra società.
La psicoterapia della Gestalt Psicosociale©, nella sua metodologia, risponde ai bisogni e alle patologie che si manifestano all’interno dell’odierna e complessa società moderna.

Il seminario di formazione vuole essere un momento di riflessione e di approfondimento teorico e clinico sul tema proposto, promuovendo stimoli formativi e metodologici su come la Gestalt Psicosociale© affronta il tema e il trattamento delle dipendenze attraverso un’ottica olistica e relazionale.

La partecipazione al seminario è estesa, oltre che agli allievi ed ai professionisti, anche a coloro i quali vogliono conoscere e apprendere la metodologia della Gestalt Psicosociale©.





PROGRAMMA
Sabato 29 novembre
Ore 9:30 - Accoglienza e registrazione partecipanti

Ore 10:00 - Apertura lavori
Fenomenologia relazionale e nuove forme di patologia al confine di contatto; 
la visone della psicoterapia della Gestalt Psicosociale
Dott. Paolo Greco

FOMO, "Fear of missing out": la dipendenza dai social network
Dott.ssa Valeria Natali

"Il tempo delle relazioni in un click"
Dott.ssa Mara Lastretti

“Le dipendenze affettive. Quando l’amore diventa una prigione”
Dott.ssa Eleonora Gambelli, Dott.ssa Emanuela Venanzoni

"Come la psicoterapia della Gestalt Psicosociale
previene e interviene nelle “new addiction”
Dott. Paolo Greco

Ore 12:00 - Break

Ore 12:30 - Presentazione dei Corsi

º Corso Quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia della Gestalt
(Riconosciuto dal M.I.U.R. con D.M. del 31.12.1993)
º Master in Comunicazione Relazione e Gestione Risorse Umane
º Percorso Biennale di Base in Counselling della Gestalt Psicosociale©
(Riconosciuto per l'iscrizione all’albo del C.N.C.P)
º Percorso Specialistico in Counselling della Gestalt Psicosociale©
(Riconosciuto dal C.N.C.P. come percorso specialistico)


Ore 13:00 – Colloqui di ammissione ai Corsi


venerdì 31 ottobre 2014

L’incubo di Nosferatu ed il fascino del doppio assopito.






Sarà perché oggi è la festa di Halloween o sarà perché è un film al quale come spettatrice ed amante della cinematografia in bianco e nero sono particolarmente affezionata, mi è capitato di far andare i miei pensieri verso una figura del cinema per niente rassicurante, ma a mio avviso, affascinate, come quella del vampiro.
Da sempre credo che sia una figura letteraria, cinematografica che ha affascinato tante persone e che attivi nel nostro immaginario una serie di significati sconosciuti ai più, anche talvolta a noi che siamo gli ”addetti ai lavori mentali ed emotivi”.
In particolare di tutte le rivisitazioni che nonostante la tecnologia, il 3D ed i vari remake, mi ha sempre colpito per la narrazione visiva e del personaggio del vampiro, è stato il film “Nosferatu” di F.W. Murnau, datato 1922.

Si potrà pensare che il fatto che sia in bianco e nero, possa suscitare meno angoscia e terrore, ma il gioco di luci ed ombre, l’ambientazione inquietante, le immagini cupe, morbide dove regna disperazione e malessere fanno di questo film un insieme di simboli e paure che fanno parte dell’intera esistenza.
Le radici di questo primo archetipo di personaggio, vanno ricercate nel filone, tipicamente romantico, di tipo “esoterico-cimiteriale”, che poi divenne il romanzo gotico e che, nella letteratura italiana, trova la loro espressione nelle pagine degli scapigliati . 
La morte conduce alla scomparsa della vita, del corpo, della coscienza di Sé e tutto questo per l’Uomo è difficilmente accettabile, ed ecco che si crea la figura del “Non-morto” che rappresenta non un desiderio al quale aspirare, ma un incubo dal quale fuggire.
Il personaggio è inquieto, solo ed incapace di provare emozioni, sentimenti ed il dono dell’immortalità è una manifestazione di tutto ciò che proprio con la morte si voleva esorcizzare e questo nuovo stato diventa una forma di dannazione eterna e, come una specie di virus incontrollabile, vissuta come un’addiction, non gli dà tregua e né serenità.

La figura del vampiro successivamente riprodotta al cinema, ha rappresentato l’ambiguità, la sensualità, il passaggio tra amore e morte, tra la bellezza e l’orrore per utilizzare le parole di Freud, del sonno e della veglia in un continuum che non ha punti precisi di sutura.
Ma al contrario nel film di Murnau, massima espressione del cinema neo-realista tedesco, il vampiro, il non-morto presenta un corpo straziato, calvo, ed una postura appartenente più al mondo dei freaks che non di un possibile quanto improbabile seduttore fascinoso delle tenebre.
Nosferatu il vampiro può essere visto come il lato oscuro dell'altro protagonista, il  giovane avvocato Jonathan Harker, inviato in Transilvania dal suo capo, per curare l'acquisto di un'abitazione a Londra fatto da un nobile locale, appunto il Non-morto.

E’ la parte selvaggia, non consapevole di Harker, che incarna invece l'uomo moderno, preso e magari schiacciato dal peso dei doveri sociali che forse non vuole e non che può permettersi di ascoltare la sua parte più fragile, più irrazionale, più istintiva legata anche ad un sottile ed inconfessabile piacere per ciò che la società non permette. 
E ciò che è diverso da noi, sia fuori che dentro, che a volte va taciuto, non visto e sconfitto perché ne abbiamo paura, perchè non siamo stati magari educati e preparati a sentire cosa ciò provoca in noi, cosa la relazione con un mondo nuovo, può scatenare.
Un giorno, infatti, Harker entrando in contatto con la sua parte oscura, Nosferatu, non riuscirà a mantenere l'ordine, la stabilità emotiva e mentale e la sua vita si sgretolerà in frantumi. 

E mi chiedo quanto tutto questo, fuori da ogni spunto e metafora cinematografica possa succedere a molte persone che vivono una vita ordinaria, magari tranquilla, ma che non riescono in qualche momento ad ascoltare ciò che c’è di diverso e di nuovo intorno, e dentro di loro, soffocandolo per timore e per non avere la consapevolezza di ciò che davvero sentono nella e della loro parte Oscura, dei loro sensi e dei loro bisogni anche quelli più elementari.  
Entrare in contatto con tutto questo, esorcizza ciò che fa paura e rende più consapevoli della nostra natura e di chi siamo e forse instaura una riflessione anche sulla relazione con il campo sociale e di tutti i suoi introietti.

lunedì 20 ottobre 2014

Cosa crea un blocco nell'andare dallo psicologo?




Stamattina leggendo varie notizie all'interno dei quotidiani mi sono trovata a provare interesse per un'inchiesta del quotidiano la Repubblica, postata oltre che da me anche da altri miei colleghi, nella quale si sottolineava l'incremento davvero notevole dell'incidenza della depressione dai tempi della crisi, addirittura come seconda causa di malattia dopo quelle cardiovascolari.
Non entrando in merito della descrizione dei trattamenti, (vabbè la Gestalt pensano forse che sia un animale mitologico a tre teste!!!!) mi sono più interrogata sul come mai nel nostro Paese è sempre così difficile e complicato esercitare la nostra professione e quanti pregiudizi culturali sono legati ad essa e sopratutto mi sono chiesta, ma serve davvero fare queste inchieste? cioè non è che la depressione sia nata adesso con la crisi, e non è che si dibatta sui problemi psichici da ieri.
E questo mi rendo conto succede anche tra quelli che sono i nostri amici, i nostri familiari o magari i nostri compagni che appoggiano in maniera carina ed anche, a volte, sostenendo il tutto a livello economico, ma che se poi ci inizi ad intavolare una discussione sul fatto che magari anche loro ne avrebbero bisogno, ma così anche per scherzare, negano come se gli avessimo proposto di andare alla gogna.
Un mio collega tempo fa mentre ci confrontavamo su come far incrementare la nostra attività si mostrava fiducioso sulla nostra professione, anche in virtù delle varie serie Tv che stavano per mandare in onda sia sulla tv a pagamento che gratis e mi diceva " vedrai che ora sulla scia di questo arriveranno più persone" ora, premesso che da una parte sono contenta che non sia successo ho pensato che allora le persone non si fanno abbindolare da tutto ciò che vedono in tv, dall'altra mi sono detta come mai su questo aspetto proprio non c'è verso????
Oddio so che molte puntate sono state viste più dagli addetti ai lavori che non dal grande pubblico ,anche perchè in effetti alcune cose potevano anche risultare noiose, non tutti credo trovino interessante parlare di transfert, supervisione, problemi sessuali e via dicendo.
Nelle mie varie elucubrazioni mentali mi sono fatta l'idea, e non solo io, che siamo un popolo in cui si chiede aiuto allo psicologo solo dopo eventi estremamente drammatici come un lutto o una grave separazione e solo dopo a volte aver consultato amici e fattucchieri, che con le loro pagine sulla lettura delle carte degli angeli arrivano ad un fatturato che neanche un politico.

Ma dallo psicologo non sia mai, e la risposta è : "ma mica sono matto/a che vado dallo psicologo !!!!!!! "perchè è ovvio che se uno ci va, ha di sicuro qualche rotella fuori posto ed invece mi chiedo indebitarsi per un telefono con fila annessa, non vedere che tuo figlio ha magari delle difficoltà relazionali o che basta un nulla e ti monta la rabbia al volante, o che magari finita una relazione ne inizi subito un'altra, sono atteggiamenti sani ??? e ne potrei citare altri.

Ma forse è proprio qui il punto, siamo in un momento dove non si sa più cos'è la sanità, o meglio si fa finta di non sapere, dove il veicolo delle informazioni e il disagio emotivo che ne consegue è quello a lungo termine di instaurare degli atteggiamenti che vanno ormai verso un benessere fittizio come il comprare, il dover dimostrare uno status, il dover aver paura dell'altro e del contagio, ma quello non è benessere.

Noi terapeuti mi rendo conto che non facciamo notizia e che non facciamo parte dell'orgia mediatica come altre professioni, o meglio, serviamo quando succede la tragedia ed allora si parla di attenzione verso i problemi della testa e che di noi ci sarebbe più bisogno, ma tutto ciò non basta e non è sufficiente e mi sembra un atteggiamento molto ipocrita.
Oppure se siamo considerati per promuovere la nostra professione, ovvio che tutto ciò deve avvenire in forma gratuita con una serie infinita di sportelli e di attività a trottola come fossimo dei corridori alla maratona di New York, perchè scusa, ma che dopo anni di studio e di tirocini formativi ma che pretendi anche di essere pagato??? 
Che sciocca anche io, giusto siamo nel paese del volontariato per qualsiasi cosa, ma c'è una differenza che il volontariato lo scelgo, un lavoro invece va pagato, ma qui è tutto un unico amalgama.

Siamo legati come categoria ad una serie di pregiudizi e maldicenze che a volte fanno male al cuore, dove basta che qualche collega scriva per un giornale, allora lo fa per guadagnare pubblicità e tutto ciò che scrive è perchè così ci si alimenta la sua associazione.
Fa male pensare che il nostro lavoro non sia adeguatamente preso in considerazione, noi siamo a tutti gli effetti dei medici che i medici a volte non vogliono vedere.

Perchè il benessere fa paura, perchè le persone felici pensano meglio, amano meglio e ragionano meglio e tutto ciò non va bene, è più produttivo e consumistico un paese pieno di persone infelici che però comprano, o hanno magari interessi effimeri, una società che vuole difendere valori granitici e non si preoccupa dello sfaldamento delle relazioni, che non condanna le reazioni omofobe e scandalizzate per dei patti civili che danno diritti alla Persona come afferma la nostra meravigliosa Costituzione Italiana, o non si attiva per combattere le paure razziali che si stanno incrementando o che non protegga dei bambini che stanno perdendo la loro infanzia.

E' vero il costo di circa 60 euro per rimettersi in carreggiata può avere il suo peso in tempi di crisi, ma vuoi mettere il piacere, il sentirsi bene, l'attivare le risorse cosa può suscitare in un secondo momento??? a cosa può portare ??? per carità poi staremmo meglio e sarebbe una tragedia!!!!
Si spendono a volte tanti soldi che alcune persone, anche in tempi di crisi non riescono neanche a rendersi conto, ma lo fanno tutti i giorni trascurando magari sè stessi.
Nessuno dice che è semplice e si, ogni tanto ci saranno anche dei fazzoletti che verranno usati fino all'ultimo, ma chi dice che non siano lacrime costruttive? 
Forse il punto è che non ci si vuole davvero bene, o meglio lo si dice, ma poi non lo si fa per paura perchè a volte si rimane anche aggrappati ai propri problemi un pò come una coperta di Linus, in finale se poi sto meglio e guardo il mondo diversamente come faccio ad accettare il mondo stesso ed a farmi accettare? E se poi rimango solo perchè sono cambiato??? e se divento una persona migliore????? 

E quindi è meglio continuare in alcuni casi a nascondersi, a lasciare che il benessere, il farsi una coccola per la propria Persona sia soltanto una chimera, un qualcosa che fanno alcune persone pazze ed illuminate, ma non certo io che non ho bisogno di qualcuno che mi sostenga su cosa e come devo fare, io non ho bisogno di mettermi in discussione, di essere davvero ascoltato, di fare esperienze costruttive, meglio chiamare una veggente, stressare l'amica o rifare gli stessi errori a ripetizione, costa meno, non la veggente ovvio!!!, e mi permette di lamentarmi all'infinito, senza fare nessuno sforzo.

Forse un pò di sforzo e di fatica per sè stessi dovrebbero iniziare ad essere delle materie da insegnare, un qualcosa di importante, quasi un'educazione alla quale non siamo più abituati, si è talvolta anche rassegnati nel non voler stare bene, è meglio continuare a comprare e sopravvivere che essere, meglio lamentarsi che iniziare a fare, meglio non "sentire" ciò che ci frulla a livello emotivo, meglio non avere nessuna RESPONSABILITA'. 

Perchè si avrebbero poi i nervi scoperti, si diventerebbe vulnerabili e quindi " deboli" ed in una realtà di finti forti poi si accorgerebbero di noi, e sarebbe per alcuni una tragedia, l'essere visti può far male più dell'invisibilità, perchè poi non si hanno più scuse.

E questo non è un problema di soldi, ma è tutta un'altra storia. 

inchiesta di Repubblica sulla Depressione



Per riflettere e per avere uno sguardo su ciò che succede ai tempi della crisi e come può essere trattata, perchè di depressione si può guarire.




http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/10/17/news/la_depressione_al_tempo_della_crisi-97695717/